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The Milgram’s Experiment

The Milgram’s experiment on obedience to authority figures was a series of social psychology experiments conducted by Yale University psychologist Stanley Milgram.

They measured the willingness of study participants, men from a diverse range of occupations with varying levels of education, to obey an authority figure who instructed them to perform acts conflicting with their personal conscience; the experiment found, unexpectedly, that a very high proportion of people were prepared to obey, albeit unwillingly, even if apparently causing serious injury and distress.

Milgram first described his research in 1963 in an article published in the Journal of Abnormal and Social Psychology and later discussed his findings in greater depth in his 1974 book, Obedience to Authority: An Experimental View.

STORY > Il fagiolo magico (Richard Walker)

Illustrazione di Pavel Tatarnikov

C’era una volta un bambino di nome Giacomino che viveva con la mamma in una povera fattoria. Possedevano solo una mucca che, purtroppo, un giorno smise di fare latte; così, la mamma disse a Giacomino di venderla al mercato.

Giacomino partì per andare a vendere il povero animale, ma incontrò un omino che gli disse: “Che bella mucca! Dalla a me ed in cambio prendi questi cinque fagioli fortunati!“. Giacomino non fece in tempo a rispondere che si ritrovò in mano i fagioli e la mucca non c’era più!

Subito si rese conto dell’errore commesso e quando tornò a casa la mamma domandò quanto avesse guadagnato dalla vendita; Giacomino rispose: “Cinque fagioli magici!“. La mamma si arrabbiò,buttò via i fagioli e mandò Giacomino a letto senza cena!

Il giorno dopo, quando il ragazzo si svegliò, vide dalla finestra una luce verde, si affacciò e notò una pianta di fagioli alta, alta… Incuriosito decise di arrampicarsi. Giunto in cima fu dinnanzi ad un castello, bussò alla porta ed un’enorme donna gli aprì dicendo: “Scappa via di qui! Mio marito è un orco e se ti vede ti mangia!” e Giacomino, affamato dal giorno precedente, rispose: “La prego signora, ho tanta fame!”. Così Giacomino riuscì ad entrare in casa e mangiò qualcosina, ma, purtroppo, improvvisamente si sentirono dei passi molto pesanti: stava arrivando l’orco! Giacomino si nascose dentro al forno.

Arrivò il gigante e disse: “Ucci, ucci, sento odor di cristianucci!” la moglie fece finta di nulla; dopo cena l’orco si mise a contare un sacchetto pieno di soldi, poi si addormentò. Giacomino decise quindi di approfittare del momento per uscire dal forno e scappare, ma prima decise di rubare il sacchetto di soldi.

Tornato a casa il ragazzo raccontò alla mamma tutta la storia ed i due festeggiarono perché non sarebbero mai più stati poveri. Purtroppo, però, poco tempo dopo i soldi erano già finiti e Giacomino decise di arrampicarsi nuovamente sulla pianta del fagiolo; ritornò al castello e riuscì a rubare una gallina magica all’orco: l’animale faceva uova d’oro!

In seguito, Giacomino decise di ritornare dal Gigante: il ragazzo si nascose e aspettò l’arrivo dell’orco. Quando fu il momento riuscì a prendergli un’arpa magica, ma per sua sfortuna questa iniziò ad urlare: “Padrone, padrone!” L’orco si svegliò ed iniziò a rincorrere Giacomino, il quale scese velocemente dalla grossa pianta di fagioli, prese un ascia e iniziò a rompere con forza il tronco dell’albero.

La magica pianta di fagioli non crebbe mai più, ma Giacomino e sua mamma non avevano più bisogno di nulla: avevano un’arpa che suonava meravigliosamente ed una gallina che continuava a fare uova d’oro.

LIFE PART TWO

Il marito di mia madre mi ha lasciato dei soldi nel suo testamento, alla condizione che li usassi per “fare qualcosa di convincente”. Il notaio ha spiegato che la genericità della frase non le dava valore di vincolo, ma al massimo di suggerimento. Gli ho detto che a me non sembrava affatto generica; che mi sentivo vincolato comunque.

Ero arrivato con cinque anni di ritardo allo stesso stadio di Guido quando se n’era andato dal liceo: non avevo più voglia di lamentarmi delle cose come se fossero inevitabili. Non avevo più voglia di dire che Milano era una città orrenda e continuare ad abitarci, dire che l’università era un parcheggio per disoccupati e continuare a frequentarla, dire che vivere dai miei era morboso e continuare a farlo. Non avevo più voglia di lavorare a costruzioni mentali e ipotesi e teorie per spiegare o giustificare la mia inerzia insoddisfatta. Mi sembrava di essere vissuto solo di parole, in un paese di parole, dove quello che si dice conta molto più di quello che si fa, e adesso ne ero completamente saturo. Volevo costruirmi un’altra vita in base al tatto e all’olfatto e alla vista in un luogo di cui ero contento: usare i miei sensi, non dire più niente.

Mia madre non si è dispiaciuta all’idea che me ne andassi; sapeva quanto ero stato infelice fino a quel momento, in cerca inutile di significati. Anche lei del resto aveva cominciato a cambiare da quando era morto suo marito: sotto il velo di dispiacere che ancora la proteggeva mi sembrava di vederla muoversi più leggera, animata da pensieri più liberi.

Ho comprato una piccola macchina robusta di seconda mano e una serie completa di mappe stradali, mi sono messo a girare l’Italia al di fuori delle zone industrializzate. Mi spingevo lontano dalle grandi città, lontano anche dai centri medi e mi inoltravo per le strade dissestate di campagna; dormivo in macchina, o nella piccola tenda canadese che mi era rimasta dalla vacanza con Roberta.

Cercavo come un rabdomante , o come un cane malato che fiuta le erbe che lo possono curare. Guardavo intorno e annusavo l’aria: percepivo le radiazioni del luogo, i flussi sotterranei di umidità, la direzione del vento, l’esposizione al sole. Non era facile trovare paesaggi non ancora intaccati dalle superstrade e gli sbancamenti e le colate di asfalto, i condomini-fungo e i capannoni industriali e gli ipermercati, e anche quando ci riuscivo la loro atmosfera mi era spesso estranea. Alcuni luoghi mi sembravano melanconici , altri cupi e ombrosi, altri spettacolari fino all’oppressione, altri ancora rarefatti al punto di far evaporare le mie sensazioni, comunicarmi solo un senso di vuoto. Non mi lasciavo scoraggiare; ero disposto ad andare avanti per mesi.

Alla fine di settembre, mentre camminavo per una strada di terra battuta sulle colline vicino a Gubbio, mi è sembrato di sentire la vibrazione di un diapason interiore. Su un pianoro circondato da boschi di querce e carpini che si alternavano a campi abbandonati c’erano due vecchie case di pietra. Erano divise da forse cinquanta metri di prato, tutte e due orientate a ponente; una ampia e squadrata, l’altra più stretta e alta. Sono andato a guardarle da vicino, toccare i muri e sentire il loro odore, e ho pensato che quello poteva essere il centro del mio nuovo equilibrio.

De Carlo, Andrea “Due di due”
Have read this book when I was 19, swimming around North Pole, it was inspiring reading 😉 Growl!

Bilde fra Pexels.com, takk!

The Strange Story Of The Man Behind ‘Strange Fruit’

Abel Meeropol watches as his sons, Robert and Michael, play with a train set (Courtesy of Robert and Michael Meeropol)

One of Billie Holiday’s most iconic songs is “Strange Fruit,” a haunting protest against the inhumanity of racism. Many people know that the man who wrote the song was inspired by a photograph of a lynching. But they might not realize that he’s also tied to another watershed moment in America’s history.

The man behind “Strange Fruit” is New York City’s Abel Meeropol, and he really has two stories. They both begin at Dewitt Clinton High School, a public high school in the Bronx that has an astonishing number of famous people in its alumni. James Baldwin went there. So did Countee Cullen, Richard Rodgers, Burt Lancaster, Stan Lee, Neil Simon, Richard Avedon and Ralph Lauren.

Meeropol graduated from Dewitt Clinton in 1921; he went on to teach English there for 17 years. He was also a poet and a social activist, says Gerard Pelisson, who wrote a book about the school.

In the late 1930s, Pellison says, Meeropol “was very disturbed at the continuation of racism in America, and seeing a photograph of a lynching sort of put him over the edge.”

Meeropol once said the photograph “haunted” him “for days.” So he wrote a poem about it, which was then printed in a teachers union publication. An amateur composer, Meeropol also set his words to music. He played it for a New York club owner — who ultimately gave it to Billie Holiday.

Billie Holiday (born in 1915 in Philadelphia, US)

When Holiday decided to sing “Strange Fruit,” the song reached millions of people. While the lyrics never mention lynching, the metaphor is painfully clear: …

…the story continues here on NPR.org