LIFE PART TWO

Il marito di mia madre mi ha lasciato dei soldi nel suo testamento, alla condizione che li usassi per “fare qualcosa di convincente”. Il notaio ha spiegato che la genericità della frase non le dava valore di vincolo, ma al massimo di suggerimento. Gli ho detto che a me non sembrava affatto generica; che mi sentivo vincolato comunque.

Ero arrivato con cinque anni di ritardo allo stesso stadio di Guido quando se n’era andato dal liceo: non avevo più voglia di lamentarmi delle cose come se fossero inevitabili. Non avevo più voglia di dire che Milano era una città orrenda e continuare ad abitarci, dire che l’università era un parcheggio per disoccupati e continuare a frequentarla, dire che vivere dai miei era morboso e continuare a farlo. Non avevo più voglia di lavorare a costruzioni mentali e ipotesi e teorie per spiegare o giustificare la mia inerzia insoddisfatta. Mi sembrava di essere vissuto solo di parole, in un paese di parole, dove quello che si dice conta molto più di quello che si fa, e adesso ne ero completamente saturo. Volevo costruirmi un’altra vita in base al tatto e all’olfatto e alla vista in un luogo di cui ero contento: usare i miei sensi, non dire più niente.

Mia madre non si è dispiaciuta all’idea che me ne andassi; sapeva quanto ero stato infelice fino a quel momento, in cerca inutile di significati. Anche lei del resto aveva cominciato a cambiare da quando era morto suo marito: sotto il velo di dispiacere che ancora la proteggeva mi sembrava di vederla muoversi più leggera, animata da pensieri più liberi.

Ho comprato una piccola macchina robusta di seconda mano e una serie completa di mappe stradali, mi sono messo a girare l’Italia al di fuori delle zone industrializzate. Mi spingevo lontano dalle grandi città, lontano anche dai centri medi e mi inoltravo per le strade dissestate di campagna; dormivo in macchina, o nella piccola tenda canadese che mi era rimasta dalla vacanza con Roberta.

Cercavo come un rabdomante , o come un cane malato che fiuta le erbe che lo possono curare. Guardavo intorno e annusavo l’aria: percepivo le radiazioni del luogo, i flussi sotterranei di umidità, la direzione del vento, l’esposizione al sole. Non era facile trovare paesaggi non ancora intaccati dalle superstrade e gli sbancamenti e le colate di asfalto, i condomini-fungo e i capannoni industriali e gli ipermercati, e anche quando ci riuscivo la loro atmosfera mi era spesso estranea. Alcuni luoghi mi sembravano melanconici , altri cupi e ombrosi, altri spettacolari fino all’oppressione, altri ancora rarefatti al punto di far evaporare le mie sensazioni, comunicarmi solo un senso di vuoto. Non mi lasciavo scoraggiare; ero disposto ad andare avanti per mesi.

Alla fine di settembre, mentre camminavo per una strada di terra battuta sulle colline vicino a Gubbio, mi è sembrato di sentire la vibrazione di un diapason interiore. Su un pianoro circondato da boschi di querce e carpini che si alternavano a campi abbandonati c’erano due vecchie case di pietra. Erano divise da forse cinquanta metri di prato, tutte e due orientate a ponente; una ampia e squadrata, l’altra più stretta e alta. Sono andato a guardarle da vicino, toccare i muri e sentire il loro odore, e ho pensato che quello poteva essere il centro del mio nuovo equilibrio.

De Carlo, Andrea “Due di due”
Have read this book when I was 19, swimming around North Pole, it was inspiring reading 😉 Growl!

Bilde fra Pexels.com, takk!

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